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Dirigenti Regionali c/ Maestri di Scuola: 10 a 1

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IL CASELLANTE

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IL RITORNO DEL PRINCIPE

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terrà la maison

E' in edicola il n. 8/09 AGOSTO di JONIANEWS!
Ns. Inchiesta in esclusiva sulla
a cura di ns redazionale

Quante ce ne hanno date, ma quante gliene abbiamo dette…

Di questo pezzo di “bianca” fatene quel che volete, ma il consiglio è che la Tenderly assolve meglio a certe azioni igieniche postfisiologiche. I fatti. Apprendiamo dai giornali che a S. Teresa di Riva in uno dei tre Vichi di V.Sparagonà di antichissima tradizione è stata inaugurata la prima comunità rumena della Riviera Jonica. Presente il sindaco, dott. Alberto Morabito, e “complice” l’incessante … martellamento (vuoi che nel nome non ci sia un po’ di destino?) del Picchio. Del resto, se non ho confuso i dettati di Schengen e Maastricht, si parla di “un libero scambio di idee, moneta, servizi, merci, e… persone”. Teniamo questo assunto per dopo. Ma c’è un’altra realtà, che è contemporanea alla prima. L’ho appresa per sbaglio, per puro caso, salutando niente di meno che un nostro affezionatissimo e puntuale collaboratore durante il mio semestre di contumace paternità, collega che lascio giustamente nell’anonimato. Egli, sorprendentemente insieme ad un bel drappello di altri ragazzi italiani, tutti accomunati dall’esser stati sputati fuori da quelle baronie universitarie che tutti i lettori intuiranno, per non aver potuto passare i famigerati test degli ambiti “nobili” (medicina, odontoiatria…), non si sono persi d’animo e hanno invocato appunto i trattati “europeistico- comunitari” appena sopra accennati, iscrivendosi in delle università di cittadine Rumene, non a numero programmato, quindi ad accesso libero, superando un breve esame di lingua locale. Certo: abitare lì, abituarsi per anni ad usi e costumanze indigene, spostarsi con viaggi aerei, è comunque un bel da fare e di spostamento di valuta italiana nell’Est Europa. Una volta tanto, la migrazione era al contrario. “Quella” laurea, sarebbe valsa anche qui, da sbattere in faccia ai potentati che detengono per le palle la meritocrazia accademica della Sicilia Orientale, obbligando gli aspiranti ad avere cognomi e clan di chiaro censo alle spalle. Oppure dissanguando famiglie su famiglie “normali” con dei corsi di preparazione. Ma era pur sempre una rivincita. Non sarà mai una rivincita, invece. Ho incontrato da capo il mio “gancio” e mi ha detto che tutto è svanito, e quel gruppone di italiani se ne è tornato a casa con le pive nel sacco, poiché il clima di diffidenza, quasi fossimo noi gli avvoltoi a depredare le sprovvedute università romene, (che naturalmente si era un po’ creato, anche comprensibilmente…), è stato captato ed interiorizzato dalle autorità universitarie e ministeriali Rumene. Risultato: in un dato anno accademico, tu “straniero” DEVI dare tutti gli esami per forza, altrimenti sei fuori; non solo, ogni tre mesi, a sorpresa e senza preavviso ti piombano gli ispettori di Bucarest per vedere a sangue freddo come sono i tuoi progressi in lingua rumena. Come se da noi, al contrario, mentre è chino sui campi, il buon Dimitri si vedesse spuntare Maroni da sotto un carciofo, a chiedergli: “Sotto la panca?...” e se si sente rispondere “il caprescu campea” ecco il provvedimento di espulsione, in dialetto lumbard, tiè: “Fora di bal”. Legittimo finchè vuoi, anzi… mi auguro negli acciacchi del futuro di essere curato da medici che provengano da quel tipo di organizzazione universitaria. Certo è, che un po’ di amaro in bocca ti viene… anche a mente di un Governo Italiano assolutamente avulso da quanto appena raccontato, che ne avrebbe di modi per rigirare il coltello dalla parte del manico. E non saremo certo noi da queste pagine a suggerirli. Di sicuro, non ordineremo mai alla nostra badante Nadia di farci a lucido tutta la casa in tre ore altrimenti la rimandiamo a Bucarest, oppure a sua figlioletta Ivana di uscire dalla Terza Media con “10”, pena il ritorno in V elementare. E tutto ciò, badate, non per la creazione di una classe di professionisti integerrima, ma perché le “bocciature” significano teoricamente riscrivere e ripagare le tasse, e per chi sceglie di insistere c’è da uscire altra fresh Money che entra a Bucarest ed esce da Roma, mica set di pornofilm. Italiani, brava gente… Ah, scusate, c’è “Maastr…engen”…meglio “Italienii oameni buni”. I viaggi danno una grande apertura mentale: si perdono i pregiudizi del proprio paese, e non si è disposti ad accettare quelli stranieri!!! (Montesquieu) ===================================== Non è per caso che mi avete buttato fuori?
Niente di nuovo sotto il sole, anzi, una certezza in più. Forse mi sfugge qualche passaggio o il modus operandi di certa politica cammina con modi che ormai non capisco più, oppure, lo faccio commentare direttamente ai lettori, unici mentori di una socialità quotidiana sempre più sgarrupata. Il Master Plan per la Val d’Agrò può essere tante cose e niente, un po’ di ennesimo fumo negli occhi per il popolino basso & servi della gleba, un miraggio di cui di concreto ci sono solo le parcelle per il team dei progettisti, una carota legataci davanti agli occhi che possa convincerci meglio a tirare il carro (elettorale?) di chi dice di volerci bene (ve la ricordate la novella del topo, della merda e della tigre?). Finanziamenti per più di un miliardo di euro, indotto da capogiro ed attrattive iper moderne. Una vallata con otto comuni, un porto canale da scavare, 25 mila persone che possono vedersi cambiato il futuro, proprio e dei propri figli. Sembrerebbe che ne valga la pena. Anche se, da avvocato del Diavolo, penso che Ligresti con gli Alberghi, Berlusconi con la Villa, e i “loro” insediamenti attorno al campo da Golf taorminese non mi fa presagire cose liete, pertanto ho “paura” che sia molto più logico aggiungere un porto ove c’è il resto, piuttosto che fare da zero tutto ove non c’è un cazzo. Ecco perché “quel” porto coinciderà con il vecchio sogno taorminese di Villagonìa. Noi, invece, passeremo alla storia come coloro che il male se lo fanno da sé, e la perfezione sottende sempre a tanto, tanto esercizio(!). Vediamo come. Subito dopo aver saputo dell’esistenza di questo megaprogetto, ho atteso al varco quali mosse, cosa avrebbe fatto la “mia” politica locale. Ed essenzialmente individuo un paio di punti essenziali, diciamo circa tre. Vediamoli. Irrompe il PD, che senza pubblicità alcuna, organizza un incontro “a porte chiuse” tra i progettisti e gli iscritti, per spiegare, valutare, proporre. Transita Pablo Spadaro, mi saluta. Ma, vedendo il ribollire dei soliti noti, udendo il fragore di chi ha rubato sì il vasetto di marmellata, ma purtroppo quello scaduto, (la sede PD è al di là del muro delle aule ove insegno), apprendo che sul tavolo ci sono i progetti e parecchi occhi democratici addosso. Arrivano altri esponenti del Pd Locale. Mi avvicino “Questa riunione è aperta ai cittadini?” “No, è per gli iscritti”, “ma allora farete un comunicato stampa”, “Forse, se lo facciamo, te lo mandiamo, ma sai… ormai fa caldo” arringano, tra il superficiale e lo sbrigativo. E la presentazione alla stampa, alla cittadinanza? “ Ma dovrà poi passare in consiglio?” “Certo!”. Ovvio, la prima cosa che abbiamo fatto, 7 minuti e 25 secondi dopo, è stata quella di mandare Melo Cutrufello a sedersi di fronte ai progetti ed agli (altri) progettisti, grazie ai contatti personali, e capirci qualcosa, senza nessuno di mezzo. Ed in esclusiva, abbiamo fatto una inchiesta come noi sappiamo fare, (e impaginare, dato che gli altri finalmente ci copiano). A ‘sto punto, basta che UDC e PDL “non” facciano alcun incontro sul Master Plan, che per astratto saremo costretti ad ingoiare per intero un progetto calato dall’alto. Mi metto nei panni del cittadino, normale, di media cultura ed estrazione sociale, che pur essendo andato a votare, delegando un “suo” consigliere ed un sindaco, ha il diritto di partecipare in prima persona al proprio futuro. D’accordo che il tentativo di democrazia partecipata per il PRG è stato un semi flop per partecipazione, ma è pur vero che dopo un decennio oscuro sotto il profilo della condivisione delle informazioni, Città Libera deve ancora lavorar sodo in quella direzione. Su se stessa, e su come i cittadini debbano percepire l’Istituzione Municipale. In fondo, se “quel” cittadino ha una mezza obiezione sul percorso di snowflex che in una curva dovrà espropriare i suoi filari di pomodori, e in cambio “offre” una variante al progetto consentendo invece l’esproprio dell’area con i surca di melanzane e peperoni, deve pur avere una sede istituzionale ove almeno proporre lo scambio: gastrite notturna, bicarbonato e rutto libero contro una bella scorta di conserva artigianale per i ghiotti sughi domenical-invernali? E senza tessere di partito.

12/08/2009

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